“Più cerchiamo di diminuire lo sforzo che l’uomo deve fare per raggiungere le proprie mete, più lo rendiamo infelice.”
A sei anni mia madre mi disse, indicandomi: «Tu apparecchi la tavola», e a mio fratello: «Tu la sparecchi». Non era una discussione da aprire. Era una richiesta che dimostrava che lei contava su di noi. Non era una condanna al lavoro, ma il riconoscimento che, all’interno del nostro primo nucleo – la famiglia –, noi bambini potevamo dare un contributo. Non mi sono mai sentito sfruttato o infelice nel fare la mia parte.
Oggi, e ne sono stato testimone diretto, una liceale si è presentata in classe per un compito e ha confidato di aver chiesto all’IA la sintesi del libro. Nonostante questo, non si sentiva sicura nell’affrontare la prova. Aveva guadagnato più tempo da passare sui social o ad ascoltare musica, ma ciò non l’aveva resa più felice.
Siamo arrivati ad avere giochi per bambini e adolescenti che non lasciano spazio all’immaginazione. Persino nei centri commerciali, nelle aree bimbi, si vedono giochi con uno schermo annesso che negano ai piccoli persino la fantasia di cavalcare. Lo schermo proietta un paesaggio virtuale in cui devono solo perdersi. È il trionfo dell’algoritmo del “faccio tutto io al posto tuo”, che rende le persone incapaci di pensare, sognare e fantasticare: una vera lobotomia digitale.
Oriana Fallaci scrisse: «Col progresso abbiamo distrutto l’unico strumento per combattere la noia: quel difetto squisito che si chiama fantasia».
Oggi il mantra sembra essere questo: «Meglio un bambino ipnotizzato che annoiato».
Dove ci conduce tutto ciò?
Recentemente ho contattato il servizio clienti per un problema e ho perso venti minuti buoni con un’intelligenza artificiale che non era in grado di comprendere la mia richiesta essendo diversa da quelle standard. Quando sono finalmente riuscito a parlare con un operatore in carne e ossa, quest’ultimo, una volta esposto il mio caso atipico, non aveva comunque le competenze per aiutarmi. Il provider ha investito sull’IA, ma si è dimenticato della formazione delle persone.
Nel suo ultimo libro, Simone Lanza spiega che l’IA non è programmata per pensare.
Una donna le ha proposto: «Giochiamo al silenzio: chi parla dopo di me ha perso». L’IA ha risposto, perdendo subito.
Questo accade perché è programmata per rispondere, non per pensare. Ed è qui che bisogna inchinarsi a chi ha trovato questo nome geniale: Intelligenza Artificiale.
Qualcuno mi parlerà del fascino di realizzare le cose velocemente grazie all’IA, trovando difficile scorgere la trappola: quella di usarla fino a perdere il controllo e l’interesse per ciò che si sta facendo.
Il miglior sistema di intelligenza artificiale potrebbe persino sostituire il pilota di un aereo. Ma davvero voi salireste a bordo senza un uomo che, in caso di guasto, sia in grado di riprendere i comandi?
Il pilota sei tu, la tua vigilanza, il tuo interesse, la tua attenzione.
Io mi sto rivolgendo a voi, adulti di oggi, che ancora avete la capacità cognitiva di analizzare e giudicare criticamente la realtà.
Ma cosa ne sarà degli adulti di domani? Parlo di quei bambini che oggi iniziano la giornata “parcheggiati” davanti a uno schermo e che, domani, useranno l’IA come scorciatoia per i propri compiti, rinunciando a quelle nozioni fondamentali che servono, appunto, per saper “guidare l’aereo” e, più in generale, a quel bagaglio di competenze che permette all’uomo di restare saldamente alla guida della propria vita.
Con l’(ab)uso dell’IA si riscontra anche una drastica riduzione del lessico individuale. Spesso, infatti, quando si chiede una spiegazione all’algoritmo, questo risponde omettendo i termini più complessi e semplificando i concetti. Il risultato è un progressivo impoverimento del vocabolario del lettore.
E buonanotte alla lezione di Don Milani, che definiva la parola stessa come “la soglia della vita”.
Se quanto sopra verrà recepito da Famiglia, Scuola e Politica, con la piena consapevolezza dell’ipnosi indotta, della dipendenza dopaminergico e delle molteplici problematiche connesse, avremo ancora la possibilità di evitare che questo incubo digitale si realizzi.
Se condividete questa visione, aiutate me e la campagna Fuori dagli Schermi a proteggere i veri autori del nostro domani: i bambini.
Nota finale: se, per esempio, tu volessi approfondire i termini sotto (chi è Simone Lanza, cosa scrisse Don Milani al direttore Barnabei) useresti la AI che ti fornirebbe delle esaurienti spiegazioni ed approfondimenti. Questo è un ottimo uso che parte dal tuo interesse nel sapere. E se così usata il nome corretto dello strumento sarebbe “Enciclopedia universale di immediata consultazione” e non Intelligenza artificiale perché quella, l’intelligenza, ce la metti tu.





